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  • Davide Cavanna

La storia si ripete: parallelismi dell'Europa




La crescente sensazione di fallimento che aleggia sulla visione europea ha, a mio modo di vedere, una causa chiaramente individuabile nella persistenza degli Stati nazione quando questi dovrebbero farsi da parte, lasciando il passo a istituzioni europee globali: un esercito europeo, una politica estera europea, un premier dell’Europa che possano chiamare per telefono i presidenti di Washington e Mosca.


Che questo ruolo sia assunto da Angela Merkel è parte del problema, non della soluzione. Il problema è che, proprio come gli Stati o i regni antecedenti a Francia, Spagna e Germania scomparvero intorno al 1500 all’emergere degli Stati nazionali, ora tocca a Francia, Spagna e Germania passare in secondo piano affinché possa delinearsi l’Europa. E poiché non lo fanno, l’Europa non esiste.


Fino all’anno 1500, le città-Stato italiane, come Venezia, Milano, Firenze, Bologna, Roma e Napoli, erano indipendenti. Per loro sfortuna, apparvero al loro fianco Francia, Spagna e Inghilterra, conglomerati di contee, ducati, principati e regni che si fusero creando eserciti ben più numerosi di quelli che poteva finanziare una città-Stato, anche fosse Firenze o Milano.


Se nel 1500 una città-Stato si avvicinava al milione di sudditi, le nuove nazioni (Francia, Spagna, Inghilterra) si aggiravano sui dieci milioni. Carande stima quattro milioni di abitanti per la Castiglia e due milioni per l’Aragona quando si unirono intorno al 1490. Il risultato non si fece attendere: Francia e Spagna si contesero le città italiane finché Carlo I di Spagna se ne appropriò in toto, Roma inclusa, dove, saccheggiata nel 1528, si incoronò imperatore d’Europa. Il titolo esatto era il solito, da Carlo Magno fino a Napoleone: imperatore del Sacro Romano Impero Germanico.


Osserviamo ora nel XX secolo che le nazioni europee si ritrovano in una situazione simile alle città italiane di cinque secoli fa: alle loro periferie sono spuntati Paesi dieci volte più grandi di loro. Se la Francia aveva 50 milioni di abitanti e la Spagna 40, Russia, Stati Uniti e Cina ne avevano 300 milioni, se non di più. L’unica via d’uscita per gli europei era proprio l’unione volta a raggiungere i 300 milioni di persone e far fronte, almeno dal punto di vista economico, ai tre colossi.


Ogni nuova integrazione implica che l’unità precedente, senza bisogno di scomparire, abbandoni le redini del potere, passando in secondo piano. Vogliamo credere che il giacobinismo francese, il sacrosanto nazionalismo spagnolo o il complesso di superiorità inglese faranno un passo indietro per lasciare spazio all’unionismo europeo?

Per essere così illusi, occorre aver letto e viaggiato davvero poco. La comunità del carbone e dell'acciaio, d’accordo. Evitare altre guerre tra Germania e Francia? Ben venga. Ma da lì ad un primo ministro europeo che metta in riga Parigi, Madrid e Berlino, c’è ancora tanta strada da fare.


Facciamo un esperimento mentale, di quelli che piacevano ad Einstein. Cancelliamo le frontiere e dissolviamo i nazionalismi, naturalmente in acido solforico: che cosa resterebbe dell’Europa? Un continente che si articola in un sistema di unità. Lo descrivo nel mio libro del 1978 Sistema de ciudades y ordenación del territorio.


Il concetto di città post-industriale comporta due concetti nuovi che in fin dei conti coincidono con altri ben più antichi. La città industriale va oltre la città medievale o preindustriale, convertendola in area metropolitana. A sua volta, la città post-industriale travalica l'area metropolitana e si converte in urban field, definito da John Friedmann e John Miller nel 1966. I confini dell’urban field, o territorio urbano, sono determinati dal tempo di viaggio medio nel fine settimana: due ore. Allo stato della tecnica attuale, tali confini si situano tra i 100 e i 300 km intorno a una città oltre i 300.000 abitanti.


L’urban field di Barcellona è la Catalogna, il Levante è quello di Valencia, quello di Bordeaux è il Périgord, e via dicendo. Il secondo concetto sono i daily urban systems (DUS). Oggi il viaggio settimanale al centro commerciale per comprare e vendere al mercato è stato rimpiazzato dal pendolarismo quotidiano tra il centro commerciale e la periferia per ogni giorno di lavoro. I DUS altro non sono che le comarche medievali, percorribili ogni giorno grazie all’automobile. Le comarche avevano un raggio di 20 km: camminando a 4 km all’ora, ci volevano al massimo 5 ore per andare e tornare dalle masie più isolate, in modo da potersi recare al mercato in una giornata. Le comarche storiche in media avevano queste dimensioni. Oggi abbiamo invece daily urban systems.


L’Europa senza nazioni sarà un sistema di urban fields che racchiudono daily urban systems. Le antiche contee e ducati con le loro comarche, in sostanza, ma definiti dalle auto e non più da cavalli e muli. Le nostre identità saranno imperniate sulle città piuttosto che sulle nazioni: niente di male, una mera evoluzione delle condizioni tecnologiche applicate alle costanti umane. Barroso chiedeva una narrativa nuova per l’Europa, un nuovo progetto politico che crei un’identità collettiva europea che negli ultimi 20 anni non ha fatto capolino. Constatando la sua inerzia, i giovani non credono nell’Unione. È la sua impotenza che detestano, non il suo usurpare il potere degli Stati nazionali. L’Europa emergerà soltanto quando questi le lasceranno la guida.


Fonte: El fracaso de España, Luis Racionero, 17 novembre 2017, disponibile sul sito http://www.lavanguardia.com/opinion/20171117/432933640457/el-fracaso-de-espana.html

Traduzione in italiano: Davide Cavanna (titolo modificato)


#EU #geopolitics #history



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